Nel nostro caso, per “certezza” si intende il pensiero soggettivo, il pensato, le idee; “verità” indica invece la realtà esterna, l’essere formale, il “noumeno” (se vogliamo servirci di un’espressione kantiana). Stiamo quindi discorrendo in merito alla relazione sussistente tra soggetto e oggetto, nonché alle differenti concezioni emerse a riguardo nel corso della storia occidentale. Semplificando al massimo la questione, possiamo affermare che la visione antica e medioevale – salvo rare eccezioni – presuppone un’identità immediata di certezza e verità: il soggetto pensando, pensa alla verità, la rispecchia passivamente, essendo l’idea identica alla realtà.
È solo con la modernità pre-kantiana (secoli XIV-XVIII) che si arriva a porre in essere l’opposizione “certezza Vs. verità”: la certezza diviene verità deformata, ne è un derivato, un compromesso figlio dell’azione svolta dal soggetto. Ad ogni modo, la convinzione rimane quella che sia possibile risalire alla seconda a partire o dalla ragione (razionalismo – es. Cartesio, Spinoza, Leibniz) o dall’esperienza (empirismo – es. Locke, Hume, Berkeley).
Una simile conoscenza viene negata da Immanuel Kant, il quale porterà agli estremi la suddetta opposizione giungendo a sostenere l’esistenza di uno iato incolmabile tra pensare e conoscere: l’oggetto in sé è ineffabile in quanto, una volta pensato, perde la sua natura primigenia essendo stato processato dalle strutture dell’intelletto.
Viceversa, con l’idealismo sparisce la dicotomia pensiero-conoscenza: per Hegel e compagni, i due concetti coincidono al punto che la verità ritorna a costituire un tutt’uno con la certezza. Questa volta però la relazione non è più immediata (posizione antica), bensì mediata da un soggetto attivo che tutto produce e che si configura quale effettivo edificatore di realtà. Come dichiarato da Johann G. Fichte: “L’io pone se stesso; dopodiché, “l’Io oppone a sé un non-Io”.