Trama
Durante una spedizione scientifica sull’Himalaya, un botanico inglese viene aggredito e morso da una creatura orsina mentre è impegnato a raccogliere un rarissimo fiore autoctono. Una volta rientrato in patria, lo scienziato scopre di essere diventato un lupo mannaro, motivo per cui, durante le notti di luna piena, il suo corpo si trasforma in quello di una belva assassina: l’unico rimedio ad una condizione tanto antipatica è dato dalla “Mariphasa lupino lumino”, pianta leggendaria che i soli raggi lunari hanno facoltà di far fiorire.
Deciso ad ottenere il siero curativo, l’uomo si mette ben presto al lavoro.
Frattanto, una misteriosa presenza avvolta nell’ombra attende il momento propizio per impadronirsi del preparato…
Il lupo mannaro istintivamente cerca di uccidere la creatura che lui ama di più.
Critica
6Sei anni prima de “L’Uomo Lupo” (1941), la “Universal” aveva già affrontato il tema della licantropia ne “Il Segreto del Tibet”, pellicola semi-dimenticata diretta con buon piglio da un regista – riciclatosi in seguito come produttore – capace di alternare tensione e dramma, senza disdegnare brevi parentesi da commedia (caratteristiche riscontrabili anche in altri prodotti del periodo, quali “La Maschera di Cera”, 1933).
Tecnicamente valido, il film desta interesse sul piano dei contenuti per una certa originalità nella trattazione della materia, essendo conferito discreto risalto alla componente fantascientifica entro un contesto legato d’abitudine ad una concezione esclusivamente metafisica dell’orrore (in questo senso, lo sventurato Glendon è vittima di un patogeno, piuttosto che di una vera e propria maledizione). A conferma di una simile direttrice, è possibile considerare sequenze come quella in cui si descrive con puntiglio l’ipotetica fisiologia vegetale della “Mariphasa” e, più in generale, il peso rivestito da riflessioni e dubbi espressi dal protagonista.
Ad ogni modo, resta il fatto che a prevalere sia comunque la convinzione – figlia di timori tipicamente ottocenteschi – di una sorta d’ingerenza agita dalla scienza nei riguardi di ambiti che non le spetterebbero di diritto, la qual cosa richiama alcuni classici imperituri della letteratura del XIX secolo, dal “Frankenstein” (1818) di Shelley al “Jekyll” (1886) di Stevenson (del resto, il finale è sostanzialmente identico a quello dell’adattamento realizzato da Mamoulian nel 1931).
Spiccatamente teatrale la prova di Henry Hull, il quale fa del dr. Glendon una personalità percorsa da un profondo senso di tormento e di inquietudine.
Maggiori Info
Citazioni
- Cerchiamo la 'Mariphasa lupino lumino', uno strano fiore che cresce solo in Tibet e che si dice che tragga linfa vitale dalla luce della Luna.
- Il licantropo non è né uomo né lupo, bensì una creatura satanica con le peggiori caratteristiche di entrambe.
- Il lupo mannaro istintivamente cerca di uccidere la creatura che lui ama di più.
- 'Licantropia' sarebbe l'esatto termine medico dell'afflizione di cui vi ho parlato.
- Grazie, grazie di avermi sparato... era l'unico modo.
Curiosità
- In principio, Bela Lugosi avrebbe dovuto impersonare il dr. Glendon (o, in alternativa, il dr. Yogami). Si rifarà indossando i panni dello zingaro “Bela” ne “L’Uomo Lupo” (1941).
- La figura del licantropo finirà con l’assumere una connotazione medico-scientifica ancor più accentuata ne “Il Mostro della California” (1956).
- Dal film traspare una certa libertà tassonomica in riferimento al cosiddetto “fiore fosforescente del lupo”: difatti, nel corso della vicenda, esso viene nominato sia “Mariphasa lupino lumino” che “Mariphasa lumino lupino“, quasi vigesse nella nomenclatura trinomiale la proprietà commutativa. Ciò però condurrebbe all’annullamento dell’ordinamento gerarchico di categorie – es. “genere”, “specie”, “sottospecie”/”varietà”/”cultivar”… – la cui definizione fa preciso affidamento su una logica di tipo posizionale, senza la quale non saremmo in grado di determinarne le reciproche relazioni ed i differenti livelli di inclusione.
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