Trama
La giovane Ellen si guadagna da vivere come dama da compagnia presso un’ex artista d’operetta, Leonora Fiske. Improvvisamente costretta a prendersi cura delle due sorelle mentalmente disturbate, si risolve a condurle nell’abitazione della padrona adottando la scusa del breve soggiorno ricreativo. Quando quest’ultima si avvede della manovra (“Le tue sorelle, pazze o no, qui non sono più gradite: le ho invitate per due giorni e sono rimaste per sei settimane! Credi di tenerle qui per sempre?“), intima al trio di andarsene seduta stante.
Scorta l’impossibilità di qualsivoglia compromesso, Ellen decide di strangolare l’anziana donna e di prenderne il posto (alle sorelle racconterà che la Fiske le ha venduto la casa “sua sponte” prima di partire per un lungo viaggio). Il piano sembra ben congegnato, ma l’inattesa visita di un parente poco raccomandabile segnerà il preludio alla catastrofe.
La signorina Fiske non mi piace. Non potremmo mandarla via? Così finalmente saremmo soltanto noi tre...
Critica
7.5Vidor dirige un fosco drammone al femminile che affonda le radici nella miglior tradizione del gotico britannico, con un’ambientazione inospitale e una serie di personalità ossessive che richiamano da vicino i capolavori senza tempo delle sorelle Brontë – si va dal “Cime Tempestose” (1847) di Emily al “Jane Eyre” (1847) di Charlotte (viene pure citata l’iconica Rochester, sebbene in questo caso si tratta di una località e non del nome di un personaggio).
Nata come adattamento di una pièce teatrale di Reginal Denham e Edward Percy – i due, assieme a Garrett Fort, hanno pure contribuito alla stesura della sceneggiatura -, la vicenda veicola fin da principio l’inevitabilità dello sprofondo progressivo, dando l’impressione di un ascensore destinato ad inabissarsi nei meandri d’un plutonico Tartaro.
Dunque un film nero fin nel midollo che, sorretto dall’intensa interpretazione della Lupino, affronta argomenti di natura morale e psico-esistenziale di notevole interesse: si parla di colpa e di peccato in un mondo che, ancorché intriso d’etica cristiana, risulta sferzato da gelidi spifferi d’ipocrisia; di responsabilità civili e umanitarie in una società che aborra la malattia mentale (gli accenni all’istituzionalizzazione degli “asili per lunatici” e ai maltrattamenti sui disabili non passano inosservati); di insegnamenti e valori elevati che mal collimano con una realtà intrinsecamente iniqua. Debole e sbrigativo, l’epilogo vede il ripristino della legalità e dell’ordine costituito, come esatto dall’imperante codice Hays.
Nei tardi anni ’60, Bernard Girard ha diretto “Lo Specchio della Follia” (1969), versione caratterizzata da un’accentuazione della componente thriller-horror.
Maggiori Info
- Basato sull'opera teatrale "Ladies in Retirement" (1940) di Reginald Denham & Edward Percy
Citazioni
- Ci vuole molto coraggio per uccidere la prima volta, ma una volta che hai venduto l'anima al Diavolo è più facile... molto più facile.
- La signorina Fiske non mi piace. Non potremmo mandarla via? Così finalmente saremmo soltanto noi tre...
- Una col suo telescopio, l'altra con la mania di raccattare ogni cosa: sono pazze da legare, tutte e due!
Curiosità
- Ida Lupino era ancora poco più che ventenne quando interpretò il personaggio di Ellen Creed. Oltre a una memorabile carriera come attrice, la Lupino diresse anche diversi film indipendenti e fu la più importante, se non l’unica, regista di sesso femminile a lavorare a Hollywood negli anni ’50. A riguardo, impossibile non citare il grande successo da lei ottenuto con “La Belva dell’Autostrada” (1953), primo noir diretto da una donna. L’affascinante Ida realizzò inoltre oltre 100 episodi per la televisione.
- Durante il film si discute circa la gravità inerente le differenti tipologie di crimini perpetrabili. A riguardo, in linea con una concezione oramai ben radicata nell’Occidente contemporaneo, l’atto di uccidere un uomo viene considerato un reato assai più riprovevole rispetto a quello del rubare: ‘Ci sono cose peggiori del furto.’ ‘Per esempio? Ah… no, non ho le mani sporche di sangue!’. Una simile visione, emersa per la prima volta con l’Umanesimo, ma consolidatasi solo in seguito all’Illuminismo (ovvero a cavallo tra i secoli XVIII-XIX), contrasta nettamente con il pensiero diffuso nelle epoche precedenti. A tal proposito, può rivelarsi oltremodo istruttivo riportare un estratto prelevato da una lezione dello storico Alessandro Barbero. Il professore parte dall’evidenza che le società medievali erano “Accomunate dall’idea che l’omicidio è una cosa che […] può capitare a chiunque; […] è una pulsione elementare dell’essere umano […]. Nel Medioevo davano per scontato che mica si può impedire alla gente di ammazzare qualcuno che ti dà fastidio. […] E’ una cosa che capita in tutti i momenti e che non suscita la stessa ripugnanza per esempio del furto. In tutte le società medievali, il furto è sanzionato con estrema severità, perché il furto è davvero un qualche cosa per cui tu, deliberatamente, a freddo, hai violato le regole e hai danneggiato la collettività. […] Mentre, se hai ammazzato il tuo vicino di casa con cui da tempo litigavi, non è che gli altri devono avere paura di te; hai ammazzato quello lì perché avevi dei motivi. Di conseguenza, certo, hai fatto qualcosa di grave, ma non suscita orrore questa cosa che hai fatto. […] Non solo nel Medioevo, ma ancora ben dentro l’età moderna è assolutamente evidente che, al contrario di quello che succede nel nostro mondo, chi ha ucciso qualcuno, mica per questo viene guardato […] con diffidenza o con sospetto. […] E’ pieno di gente – anche dell’alta società – che ha ucciso qualcuno e… e poi la cosa è stata ricucita secondo delle regole precise” (min. 3-6 dalla lezione “Omicidio e Vendetta nel Medioevo”, disponibile su Youtube).
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