Trama
Quattro amici di Atlanta decidono di trascorrere un fine settimana a contatto con la natura selvaggia; l’idea è quella di discendere in canoa il fiume Cahulawassee prima che la ventura costruzione di una diga rovini per sempre la bellezza del luogo.
Guidato dallo spirito pionieristico del tronfio Lewis (“Io ne so tanto sulle canoe da farvi un corso di pilotaggio“), il gruppo si mette in marcia con passo sostenuto: tuttavia, l’improvvisa aggressione perpetrata da una coppia di bifolchi stupratori e conclusasi con la morte di uno di questi e con la fuga dell’altro, è preludio a una tragica peripezia dalla quale i sopravvissuti riporteranno indelebili cicatrici fisiche e morali.
Non si batte la natura!
Critica
9A partire dal romanzo “Dove Porta il Fiume” (James Dickey, 1970), l’ispiratissimo Boorman realizza un’opera da antologia. Difatti, dietro la facciata di un ordinario film d’avventura, il regista imbastisce un profondo discorso socio-antropologico che porta a riflettere sulle conseguenze della prassi umana (attività trasformatrice e produttrice della storia) e sul rapporto uomo-natura. A riguardo, spicca senza dubbio la figura di Lewis, la cui fervente esaltazione dello stato di natura (in linea col mito del buon selvaggio a più riprese celebrato da Rousseau, il quale tendeva a considerare la società alla stregua di un prodotto artificiale nocivo al benessere individuale) finisce col venire squarciata da una realtà che si rivelerà ben lontana dalle sue ingenue concezioni (“Nozioni apprese, ma non sentite“).
Come sostenuto dal noto antropologo Levi-Strauss, una delle caratteristiche fondanti dello stato di natura risiede nell’assenza di regole comportamentali (non a caso l’inselvatichito Lewis tenta di suffragare il proprio proposito di occultamento del cadavere domandando sarcasticamente: “Ah, la legge! Quale legge? Dov’è la legge, Drew?“); codici rappresentati al meglio da quel tabù dell’incesto che funge da conditio sine qua non per il passaggio allo stato di cultura – a tal proposito è assai significativo il fatto che gli abitanti del luogo presentino i tratti (stereo)tipici di una carente variabilità genetica. Ne consegue che, per l’uomo civilizzato, un eventuale ritorno “alla pietra” si tradurrebbe giocoforza in un’esistenza dominata da violenza e paura, una vita d’inferno.
A quella sociale, il regista affianca una fine analisi psicologica: difatti, in special modo nella seconda parte, il film si trasforma in un vero e proprio studio sulla paranoia (in primis) e sul peso del rimorso (nel finale). L’omicidio di un sadico montanaro e la contemporanea fuga del compagno, scatenano nel quartetto protagonista una sorta di psicosi paranoide che lo porta a sentirsi braccato da un nemico invisibile (“Potrebbe essere annidato dovunque a spiarci“) e ad interpretare tendenziosamente ciascun accadimento cui va incontro (con conseguenze irreparabili).
Cast in gran spolvero nel quale brillano le prove di un Burt Reynolds all’apice della forma fisica e di un giovane Jon Voight. Stupenda la fotografia di Vilmos Zsigmond, abile nel catturare gli splendidi scenari naturali della Georgia. Il beffardo titolo originale (“Deliverance” = “Liberazione”) perde ogni traccia di ironia nella poco ortodossa traduzione italiana.
Tre candidature all’Oscar del 1973: film, regia, montaggio.
Maggiori Info
- Tratto dal romanzo "Dove Porta il Fiume" (1970) di James Dickey
Citazioni
- Siamo legati a quel figlio di vacca mani e piedi, ma questo non deve pregiudicare il resto della nostra vita: dobbiamo sbarazzarci del morto!
- Non si batte la natura!
Curiosità
- Le riprese sono state effettuate lungo il Chattooga (Georgia), essendo il Cahulawassee un fiume fittizio.
- Primo film mainstream a mostrare un episodio di violenza omosessuale.
- A seguito di una scazzottata con l’autore del romanzo James Dickey (che nel film interpreta lo sceriffo Bullard), Boorman ci ha rimesso l’integrità del setto nasale e 4 denti.
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