Trama
Nell’autunno del 1327, il francescano Guglielmo da Baskerville raggiunge insieme al novizio Adso da Melk, un’imponente abbazia benedettina edificata in una zona imprecisata dell’Italia settentrionale. Sul luogo si respira aria da paranoia e la preoccupazione regna sovrana a causa dell’inspiegabile decesso del giovane miniaturista Adelmo.
Guglielmo, un passato da inquisitore, accoglie la sfida e comincia ad indagare: neanche il tempo di comunicare all’abate le proprie conclusioni circa il probabile suicidio del frate ed ecco che salta fuori un nuovo cadavere – stavolta certamente si tratta di assassinio. Desideroso oltremodo di appurare la verità, Guglielmo finisce col convincersi che al centro dell’arcano vi sia un tomo proibito la cui lettura risulti inevitabilmente fatale.
La situazione si complica con l’avvento della Santa Inquisizione rappresentata dal poco raccomandabile Bernardo Gui, il quale non esita a ricondurre ogni misfatto a tre innocenti accusandoli di stregoneria.
Nel mentre, il domino degli ammazzamenti non accenna ad arrestarsi…
Il riso uccide la paura... e senza la paura non ci può essere la fede.
Critica
6.5Quello dipinto da Annaud è un Medioevo intriso d’una cupaggine e d’un sudiciume in linea con lo stereotipo – in effetti assai poco veritiero – ancor oggi imperante nella mentalità collettiva. Resta il fatto che, come mystery-thriller e macchina d’intrattenimento, il suo film funziona egregiamente, sia da un punto di vista visivo (la splendida fotografia dai toni caldi di Tonino Delli Colli, le curatissime scenografie di Dante Ferretti, i pittoreschi interni dell’Abbazia di Eberbach…), che sul versante narrativo. L’immersione da parte dello spettatore in una trama colma di tenebrosi presagi e di raccapriccianti delitti è pressoché immediata, venendo quest’ultima sviluppata attraverso una sapiente gestione del ritmo e dei tempi della suspense.
In un simile contesto gravido di superstizioni e di metafisiche angosce rifulge solitario il rassicurante razionalismo di Guglielmo da Baskerville, personaggio che Connery – doppiato dal sempre ottimo Pino Locchi – interpreta col giusto mix di acume e ironia: mezzo filosofo e mezzo scienziato (sulla scia di Ruggero Bacone e, in generale, della “Scuola di Oxford”), avido di conoscenze e fiero cultore dell’intelletto (“Non dobbiamo farci suggestionare dalle farneticanti vociferazioni sull’Anticristo; cerchiamo invece di usare la nostra intelligenza per tentare di risolvere questo affascinante enigma“), egli si “diverte” a dipanare l’aggrovigliata matassa operando con criterio (la sistematica raccolta di informazioni/indizi, il vaglio delle ipotesi, le calibrate deduzioni) e confidando nella solidità della logica aristotelica.
Certo è che l’idea di portare sul grande schermo una vicenda fuoriuscita dalla penna di Umberto Eco è un qualcosa di altamente ambizioso. La tentazione del paragone con la fonte è forte e, in tal senso, appare subito evidente come la pellicola sia stata giocoforza spogliata di quel fine impianto filosofico e culturale che costituiva il cuore del romanzo (oltre che l’aspetto più interessante del medesimo).
Ne è conseguito un ineludibile impoverimento della dimensione storico-concettuale; oltretutto, ai numerosi passaggi sottaciuti o appena abbozzati (ne sono un esempio i pochi minuti concessi al dibattito tra Francescani e delegati pontifici in merito alla povertà di Cristo, questione che nella realtà storica culminò nello scontro tra il papa avignonese Giovanni XXII e Michele da Cesena), vanno ad aggiungersi una serie di stravolgimenti – questi sì – duri da digerire, primo dei quali è senza dubbio la ruffiana trovata di salvare dal rogo la ragazza per poi farla passare come ragione precipua del titolo del qui presente (“Dell’unico amore terreno della mia vita non avevo saputo, né seppi mai il nome“). Invero, sebbene nella letteratura allegorica medioevale la rosa sia stata spesso utilizzata per simboleggiare il sesso della donna (si pensi al celeberrimo “Roman de la Rose”, 1237-80), in Eco essa tende a rivestire significati ben più sottili – vedi sezione “Curiosità”.
Per carità, ci troviamo comunque dinanzi a scelte ampiamente comprensibili, volte a rendere il prodotto appetibile ad un pubblico allargato; eppure, alla luce del risultato finale, permane un qualche rimpianto per quel che sarebbe potuto essere e non è stato se solo gli autori avessero osato un po’ sul fronte dei contenuti.
Maggiori Info
- Tratto dal romanzo "Il Nome della Rosa" (1980) di Umberto Eco
Citazioni
- L'Anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall'eccessivo amor di Dio o della verità, come l'eretico nasce dal santo e l'indemoniato dal veggente e la verità si manifesta a tratti anche negli errori del mondo, cosicché dobbiamo decifrarne i segni, anche là dove ci appaiono oscuri e intessuti di una volontà del tutto intesa al Male.
- Il riso uccide la paura... e senza la paura non ci può essere la fede. Senza la paura del demonio non c'è più necessità del timor di Dio.
- Fratelli francescani, voi dovete lasciare questo posto immediatamente: il demonio imperversa in questa abbazia!
- Sono stato ispirato dal demoooonio! Adrammelech, Lucifero: io v'invoco, signori dell'Inferno! Alastor! Azazel!
- Con la seconda tromba il mare si trasformò in sangue... e anche qui tutto è un mare di sangue.
- Spesso il terreno è una pergamena sulla quale un criminale lascia involontariamente la sua firma.
- Lei è già carne bruciata, Adso. Bernardo Gui ha parlato: lei è una strega.
- Voglio vedere quel libro greco che secondo Voi non è stato mai scritto.
Curiosità
- La disputa sugli universali rappresenta la principale diatriba filosofica del XII secolo. Sostanzialmente, il problema attiene allo statuto ontologico dei concetti ed al loro rapporto con la realtà extra-mentale – relazione che determina importanti ripercussioni in ambito linguistico, gnoseologico e teologico. La “quaestio de universalibus” era stata sollevata da Porfirio, filosofo neoplatonico del III secolo d.C., nella sua introduzione (nota col nome di “Isagoge”) alle “Categorie” di Aristotele. A distanza di un paio di secoli sarà Severino Boezio a riprendere e ad affrontare per la prima volta l’argomento, essendosi trovato a tradurre il lavoro di Porfirio. I commenti di Boezio sono all’origine di un acceso dibattito nelle scuole filosofiche medievali e, in particolare, negli ambienti della scolastica cristiana. A riguardo, vengono presto a definirsi due posizioni antipodiche: quella dei realisti (Guglielmo di Champeaux, Anselmo d’Aosta), secondo cui gli universali sono realtà sussistenti e indipendenti dal pensiero; quella dei vocalisti (Roscellino), per i quali essi vanno relegati al pensato (“Flatus vocis”). A tal proposito, il titolo del film richiama una sentenza del benedettino Bernardo di Cluny (“Rosa pristina nomine stat, nomina nuda tenemus” = “La rosa primigenia risiede nel nome, noi possediamo esclusivamente i nomi”), la quale esprime una posizione vocalista in merito alla succitata disputa.
- In una scena del film, il gobbo Salvatore tradisce il suo passato da eretico (fu seguace di frate Dolcino da Novara) pronunciando la frase sgrammaticata “Penitenziagite” (storpiatura di “Poenitentiam agite” = “Fate penitenza”). Nella realtà storica, questa espressione è stata attribuita dal religioso Salimbene da Parma (1221-1288/90) nella sua “Cronica” a Gherardo Segarelli, predicatore millenarista e fondatore della setta degli “Apostolici”.
- Prima di affidare il ruolo dello storpio ad un allora sconosciuto Ron Perlman (per inciso: straordinaria la sua performance), i nomi che giravano erano quelli di Salvatore Baccaro (il bruto superdotato de “La Bestia in Calore” di Luigi Batzella e di mille altre trashate “made in Italy”) e di Franco Franchi.
- La sequenza in cui il domenicano Gui (1261-1331) muore infilzato nasce dalla fantasia degli sceneggiatori, essendo un falso storico.
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