Uno sguardo al cinema horror e di fantascienza.

Analogamente a quanto avvenuto con altri archetipi dell'horror, anche la progressiva codifica cui è incorsa la figura del qui presente è figlia della moderna tradizione romantica. Processo avviato nel 1819 dal giovane John Polidori, al quale è sufficiente una manciata di pagine per fare del vampiro un'icona imprescindibile del gotico letterario. Il suo Lord Ruthven, protagonista del racconto, possiede già molte delle caratteristiche che conosciamo: il manto di mistero che lo circonda, l'abilità nel sedurre il gentil sesso, il nobile portamento e, ovviamente, la scia di nefandezze che si lascia alle spalle.
Come già in Polidori, sono i non-morti del folclore esteuropeo - l'ellenico "Brucolaco", il russo "Wurdulac", l'albanese "Shtriga"... - ad influenzare prepotentemente il filone, il quale si arricchisce di componenti e situazioni nuove grazie ad autori del calibro di Aleksej Tolstoj (biscugino di Lev) o di Sheridan Le Fanu che, nel suo "Carmilla" (1872), non solo declina il tema al femminile, ma introduce pure una serie di elementi che diverranno intoccabili. La consacrazione definitiva del vampiro si ha però col "Dracula" (1897) di Bram Stoker, opera la cui importanza nell'ambito della nascente "Settima Arte" è più unica che rara. Sì, perché il Cinema si è appropriato assai presto del personaggio del "Nosferatu", a cominciare dall'imperituro classico di Murnau (1922). Dopo aver fatto le fortune della "Universal" tra gli anni '30 e i '40 ed essersi rivitalizzata nella grande stagione del gotico (dai tardi '50 al termine dei '60), l'approdo agli irrequieti seventies pone l'immagine del vampiro al centro di spinte innovatrici decise a "modernizzarla".
Un primo step è quello di abbandonare il secolo XIX in favore di un'ambientazione contemporanea: ci prova Bob Kelljan con "Yorga il Vampiro" (1970) ed ottiene un buon riscontro di pubblico, motivo per cui viene seguito a ruota dalla britannica "Hammer" ("1972: Dracula Colpisce Ancora!", 1972) e dal "Blacula" (1972) di Crain, assoluto caposaldo della "blaxploitation". L'analogia tra la condotta vampiresca - prosciugare il prossimo per sopravvivere - e le logiche hobbesiane e discriminatorie tipiche della società del capitale contiene in sé un potenziale metaforico sufficiente a decretare il successo di una simile trovata, la qual cosa si tradurrà, complice pure la narrativa della Rice, in un venturo trionfo dei vampiri metropolitani, vero e proprio emblema dell'horror ottantiano.
Parallelamente a ciò, gli anni '70 hanno anche aperto in modo definitivo la via alla commistione tra la tematica vampiresca e i vari sottogeneri della fantascienza (+): il post-apocalittico, la fantabiologia, persino la space opera divengono teatro di infiltrazioni di esseri succhiasangue - o succhia "linfa vitale", come nel caso del massacratissimo "Space Vampires" (1985) di Tobe Hooper. Purtroppo, dopo aver prestato il volto ad infinite allegorie (incomunicabilità, emarginazione, contagio, pulsione sessuale, diversità...) ed aver subìto ogni sorta di trattamento - dalle contaminazioni comico-fumettistiche ai discutibili tentativi di umanizzazione del mostro -, il vampiro ha finito con lo smarrire se stesso: il nuovo millennio continua a macinare pellicole sull'argomento, ma gli orrori generati dalle crudeli creature d'un tempo sono un lontano ricordo. In attesa di periodi migliori, ecco un breve elenco dei tratti/poteri salienti generalmente riconosciuti ad un vampiro classico. È costui un individuo...
Il Tag in esame si propone di riunire vicende attinenti al "vampirismo", concetto che contempla sia l'effettivo vampiro, sia chi, pur non essendolo, tende a comportarsi come tale (si pensi al "Wampyr" di George A. Romero).
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